Marsa Alam: nel giardino di Allah

Aprile 2018.

L’inizio del 2018 ci vedeva impegnati ad organizzare la tanto sospirata vacanza in Polinesia Francese, ma dopo mesi passati a navigare su internet per definire i dettagli, ci rimanevano ancora così tante cose in sospeso che abbiamo pensato che forse non saremmo riusciti a fare tutto da soli, per cui abbiamo deciso di provare a sentire qualche agenzia di viaggi. E’ stato così che abbiamo conosciuto Alessia e Paola, le competenti titolari dell’Agenzia Viaggi in 3D, ed è stato così che ad aprile ci siamo trovati in Mar Rosso, più precisamente a Marsa Alam!
Una volta Marsa Alam era un semplice villaggio di pescatori e veniva considerata l’ultima frontiera del Mar Rosso, ma con il tempo è diventata una meta molto popolare tra i subacquei.
Una volta atterratti all’aeroporto di Marsa Alam abbiamo dovuto afforntare un (per me) interminabile viaggio in pullman in mezzo al deserto per raggiungere il nostro villaggio, una vera e propria oasi che si affacciava sul mare: dalla finissima spiaggia corallina potevamo accedere a una laguna e non direttamente alla barriera corallina e questo ha reso veramente rilassanti i nostri “dopo immersione”, tra una passeggiata in acqua, la compilazione del logbook e il sorseggiare una birra ammirando lo sconfinato turchese del mare davanti a noi.

Devo anche ammettere che, nonostante all’inizio ci avesse lasciato un pò perplessi il fatto di alloggiare in un villaggio turistico, preferendo noi posti molto più piccoli con pochi, meglio se assenti, turisti, siamo rimasti piacevolmente sorpresi dal fatto di non avere percepito l’enorme (almeno per noi!) numero di persone che gravitava in questo posto e di avere trovato la tranquillità che cercavamo; inoltre tutto il personale era molto disponibile ma non invadente, così come i ragazzi del diving.
A
ltra cosa che ci ha stupito era che si poteva mangiare a qualunque ora, da pasti faraonici che andavano dalla cucina etnica a quella internazionale, a snack di qualunque tipo che potevi assaporare sulla spiaggia e che, nonostante l’enorme mole di “carne al fuoco” era tutto squisito e una gioia non solo per il palato ma anche per gli occhi!
Noi abbiamo dedicato la maggior parte della nostra vacanza ad esplorare i fondali soprassedendo alle escursioni via terra per cui gli unici spostamenti fatti sopra l’acqua sono stati quelli per raggiungere le barche che ci portavano ai siti di immersioni: il deserto era ovunque, poche costruzioni, poche strade e tanta povertà.

Una cosa che ci ha colpito o meglio, messo a disagio, era la presenza di bambini che arrivavano proprio nel momento opportuno, ovvero quando si scendeva dalla barca e si doveva attraversare la spiaggia per raggiungere il pulmino del diving per rientrare in villaggio; per evitare di portare la sabbia sul mezzo, questi bambini ti aspettavano davanti alla portiera aperta per pulirti con una spazzola dalle setole sofficissime la suola delle ciabatte prima di salire in macchina: a noi ha messo così tristezza questa cosa, nonostante avessimo anche pensato che per loro potesse essere quasi un gioco, che ci siamo sempre puliti da soli le nostre infradito pur lasciando loro, e non so se facendo bene o male, qualche monetina.
Uno dei siti di immersione che ci ha lasciato veramente sbalorditi è stato Dolphin House. Il nome dice tutto: questa baia infatti, in cui la barriera ha la forma di un grande ferro di cavallo che si completa a formare un cerchio con numerosi pinnacoli ricoperti da coloratissimi coralli molli e gigantesche gorgonie, ospita una famiglia stanziale di delfini; essa viene divisa in tre zone, una riservata ai delfini, una in cui è concesso fare snorkeling e una in cui posso attraccare le barche e permettere ai subacquei di godere sia degli spettacolari giochi di luce che si creano tra la fantastica rete di grotte e di gallerie sia della ricchezza dei variopinti pesci corallini che abitano la barriera!
Risalendo dalla prima immersione la nostra guida ci ha avvertito che si stava avvicinando un nutrito gruppo degli abitanti della zona per cui ci siamo celermente tolti il GAV e la bombola e ci siamo rituffati in acqua: abbiamo trascorso uno degli intervalli di superficie più emozionanti che ci sia mai capitato, letteralmente travolti da un banco senza fine di delfini!
Una immersione che tutti conoscono e che non si può non fare se si viene fino qui è Elphinstone Reef. Questa barriera a gradoni è una formazione calcarea stretta e lunga le cui pareti si tuffano nelle profondità del blu e il cui nome (letteralmente “pietra dell’elfo”) sembra derivare da un grosso blocco di pietra che si trova sotto l’imponente arco a livello della parete sud, dove un elfo, vista la meraviglia del posto, avrebbe deciso di farsi seppellire. Il luogo, come è noto, si caratterizza per la presenza di correnti, anche forti, che favoriscono il pullulare della vita marina: si possono ammirare pelagici di tutti i tipi e la vita sulla barriera è estremamente variopinta! Solitamente questa immersione viene organizzata per essere fatta al mattino presto poichè i fasci di luce, attraversando il blu, illuminano direttamente l’enorme parete conferendo al tutto un’atmosfera magica. Anche noi abbiamo fatto il primo tuffo alle 7,30: la sveglia è stata così presto che ci hanno consegnato una ricca colazione “al sacco” e che io, ovviamente unica del ristretto gruppo di subacquei, ho consumato tra lo spostamento via terra e quello via mare quasi fosse ora di pranzo! Incalcolabile è il numero dei piccoli anthias arancioni che si allontanano e si avvicinano alla parete ritmicamente con i respiri dei subacquei, e da far dimenticare di controllare il manometro è stata la danza delle due tartarughe che ci hanno affiancato per parte dell’immersione!
E che dire di Sha’ab Marsa Alam, dove abbiamo potuto esplorare un piccolo relitto recentemente affondato che era ancora dotato di un bar ben fornito e di servizi igienici… con poca privacy!
Sorprendente l’immersione a Marsa Abu Dabbab, la “baia delle tartarughe”, dove le enormi tartarughe verdi, non curanti dei subacquei, sono rimaste tranquillamente a brucare prestandosi a fotografie e a riprese. Purtroppo non siamo stati così fortunati da poter ammirare il dugongo, leggendario mammifero che è stato dichiarato in via di estinzione e che abita questi fondali.

E, a proposito di fotografie, questa è stata l’ultima vacanza in cui abbiamo usato la mitica Olympus FE-280: forse è stata l’età che ha cominciato a farsi sentire o forse è stato un modo per convincerci a rimodernare l’attrezzatura, ma la storica macchina fotografica di Rosario ha gloriosamente chiuso la sua carriera con un allagamento di tutto rispetto!
Se vi dicessi ora che gli arabi considerano il Mar Rosso il “giardino di Allah” potreste o essere curiosi di vedere i filmati girati da Rosario e rimanere sbalorditi dalla ricchezza di questi fondali o pensare che nemmeno il cameramen più esperto sarebbe in grado di rendere giustizia alla meravigliosa vita marina di questo posto… in ogni caso, a voi l’ardua sentenza!

2 thoughts on “Marsa Alam: nel giardino di Allah

  1. Ciao ragazzi, non leggo nemmeno l’articolo, mi basta vedere che Rosario porta la maglia del Diving Camerota in giro per il mondo, sicuramente l’articolo è BELLISSIMO. mi spiace per la famosa macchina rossa.

    1. Caro Paolo, come potrai vedere ora che ho rimosso l’autocensura, Rosario non è il solo a portare la maglietta del Diving Camerota in giro per il mondo…

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